L’asino e il bue nel presepe San Francesco li volle a Greccio

Il festeggiato è Gesù (cfr. G. Biffi, Gesù di Nazaret centro del cosmo e della storia) e di ciò era ben consapevole frate Francesco d’Assisi quando volle celebrare il Natale a Greccio nel 1223. Tuttavia volle che ci fossero anche il bue e l’asino, come solo cinque anni dopo i fatti Tommaso da Celano ricorda: il santo volle «fare memoria di quel Bambino […] e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».

Quindi sono menzionati anche “il bue e l’asinello”, una presenza sconosciuta nei Vangeli ma ben presente nella letteratura dei Padri della Chiesa; e questo conferma che se l’aspetto evangelico fu uno degli strati culturali e spirituali di frate Francesco d’Assisi, ad esso va affiancato quello patristico-liturgico tanto che lo stesso Vangelo egli lo ascolta e riceve mediato dalla liturgia (cfr. P. Messa, Le fonti patristiche negli scritti di s. Francesco). L’origine biblica dell’asino e il bue è il passo del profeta Isaia in cui si afferma che «il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone; ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende» (Is 1,3); saranno i commenti successivi a dire che con essi sono raffigurati gli ebrei circoncisi che portano il giogo della legge e i gentili, ossia gli incirconcisi. Tale presenza presso la mangiatoia dell’asino e il bue quindi è un annuncio della redenzione rappacificante compiuta dalla Pasqua, come san Paolo sintetizza nella sua lettera agli Efesini: «Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, […], per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia». Quindi l’asino e il bue presso la mangiatoia sono una promessa di pace che si compirà con l’accoglienza della Pasqua! E pace anche tra cristiani e mussulmani che soltanto quattro anni prima frate Francesco, durante la quinta crociata, aveva visto scontrarsi a Damietta mentre andava a portare anche al sultano il saluto di pace che nel Testamento afferma essergli stato rivelato dal Signore stesso.

Benedetto XVI a questo proposito ha scritto: «Da allora il bue e l’asino fanno parte di tutti i presepi. Ma donde deriva questa usanza? Com’è noto, i racconti natalizi del Nuovo Testamento non ne fanno parola. Se approfondiamo questa domanda, scopriamo un particolare importante sia per le usanze natalizie, sia per la spiritualità liturgica e popolare natalizia e pasquale della Chiesa. Il bue e l’asino non sono semplici prodotti della pietà e della fantasia, ma sono diventati ingredienti dell’evento natalizio a motivo della fede della Chiesa nell’unità dell’Antico e del Nuovo Testamento. In Isaia 1,3 leggiamo infatti: “il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone; ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”. I padri della Chiesa videro in queste parole una profezia che fa riferimento al nuovo popolo di Dio, alla Chiesa composta di giudei e pagani. Davanti a Dio tutti gli uomini, giudei e pagani, erano come buoi ed asini, privi di intelligenza e conoscenza. Ma il Bambino nella mangiatoia ha aperto loro gli occhi, cosicché ora essi riconoscono la voce del proprietario, la voce del loro Signore. Nelle rappresentazioni medioevali del Natale vediamo come i due animali abbiano quasi volti umani, come si inchinino consapevoli e rispettosi davanti al mistero del Bambino. Ciò era perfettamente logico, perché essi avevano il valore di segno profetico dietro cui si nasconde il mistero della Chiesa, il nostro mistero, secondo il quale noi che di fronte all’eterno siamo buoi e asini, buoi e asini cui nella Notte Santa sono stati aperti gli occhi, si ché ora riconoscono nella mangiatoia il loro Signore. Ma lo riconosciamo realmente? Quando collochiamo nel presepio il bue e l’asino, dobbiamo rammentarci tutte le parole di Isaia, che non sono solo vangelo – cioè promessa della futura conoscenza –, bensì anche giudizio sull’accecamento attuale. Il bue e l’asino riconoscono, ma “Israele non conosce e il mio popolo non comprende”. Chi sono oggi il bue e l’asino, chi “il mio popolo” che non comprende? Da che cosa si riconoscono il bue e l’asino, da che cosa si riconosce “il mio popolo”? Perché mai gli esseri privi di ragione riconoscono e la ragione è ceca? Per trovare una risposta dobbiamo tornare ancora una volta con i Padri della Chiesa al primo Natale. Chi non riconobbe? Chi riconobbe? E perché ciò si verificò? Orbene, a non riconoscere fu Erode. Egli non comprese nulla quando gli parlarono del Bambino, anzi, fu ancora più accecato dalla sua sete di potere e dalla conseguente mania di persecuzione (Mt 2,3). A non riconoscere fu “tutta Gerusalemme con lui” (ivi). A non riconoscere furono i dotti, i conoscitori delle Scritture, gli specialisti dell’interpretazione che conoscevano con esattezza il passo biblico giusto e tuttavia non compresero nulla (Mt 2,6). A riconoscere furono invece “il bue e l’asino” – se paragonati con queste persone rinomate –: i pastori, i magi, Maria e Giuseppe. Poteva mai essere diversamente? Nella stalla, dove è lui, non abitano le persone raffinate, lì sono di casa appunto il bue e l’asino. E la nostra posizione qual è? Siamo tanto lontani dalla stalla appunto perché siamo troppo raffinati e intelligenti per questo? Non ci perdiamo anche noi in una dotta esegesi biblica, nei tentativi di dimostrare l’inautenticità o l’autenticità storica di un certo passo, al punto da divenire ciechi nei confronti del Bambino e non percepire più nulla di lui? Non viviamo anche noi troppo in “Gerusalemme”, nel palazzo, racchiusi in noi, nella nostra autonomia, nella nostra paura di persecuzione, sì da non riuscire più a percepire di notte la voce degli angeli, unirci ad essa e adorare? In questa notte i volti del bue e dell’asino ci rivolgono perciò questa domanda: il mio popolo non comprende, comprendi tu la voce del tuo Signore? Quando collochiamo le statuine nel presepio, dovremmo pregare Dio di concedere al nostro cuore quella semplicità che riconosce nel Bambino il Signore, come fece una volta Francesco a Greccio. Allora potrebbe succedere anche a noi quanto Tommaso da Celano, quasi con le stesse parole di san Luca relative ai pastori del primo Natale (Lc 2,20), dice dei partecipanti alla messa di mezzanotte di Greccio: tutti se ne tornarono a casa pieni di gioia».

Ma il bue con il giogo della legge e l’asino selvatico possono anche ben raffigurare quella realtà che vive ogni persona ben rappresentata dalla figura del satiro, metà uomo e metà caprone. Infatti da viatori ciascuno vive nel già e non ancora, nella tensione della perfettibilità, tra la realtà e l’idealità, e può pregare con tutta sincerità e verità: «Credo, aiutami nella mia incredulità» (Mc 9,24). La tentazione è escludere uno dei due, ossia o la passionalità o la razionalità ma il Signore è colui che ama ciascuno così come è, ossia con i suoi frantumi, non lasciandolo però in tale condizione ma unificandolo conformandolo e rendendolo per grazia ciò che lui è per natura. Ciò accadde anche a san Francesco che divenne così memoria vivente di Gesù.

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